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Affinché il cittadino al quale è stata riconosciuta una prestazione assistenziale, quale, ad esempio la pensione di invalidità civile, possa vedersi erogato il relativo beneficio, è necessario che possegga, fra l’altro, requisiti reddituali prestabiliti. Al superamento del limite di reddito annualmente fissato, il beneficiario perde, infatti, il diritto alla percezione della prestazione.

Conseguentemente, in ipotesi di percezione delle somme in assenza dei predetti requisiti si configura il cosiddetto indebito assistenziale per cui l’INPS si attiva al fine della ripetizione.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 28771/2018 ha precisato quali siano i limiti entro i quali l’ente di previdenza possa avanzare la richiesta di restituzione della prestazione indebitamente percepita.

Secondo gli Ermellini, in assenza di dolo in capo al percettore, quest’ultimo non è tenuto a restituire all’Inps le somme indebitamente percepite prima del provvedimento di revoca.

Sostanzialmente il pensionato che in buona fede abbia percepito le somme non sarà tenuto alla relativa restituzione in virtù del principio di irripetibilità delle pensioni, sancito all’art. 52 della legge 88/89.

L’INPS, pertanto, come confermato dalla stessa Corte con sentenza n.3802/2019 potrà pretendere la restituzione delle percezioni indebite solo ed esclusivamente in ipotesi di un comportamento doloso del pensionato, che, ad esempio abbia omesso di trasmettere all’ente informazioni dovute.